L' A N G O L O ..D E L.. S O R R I S O

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lunedì 23 gennaio 2017

IL GIOVANE FAVOLOSO



Dopo essere stato riproposto su Rai 3, “Il giovane favoloso”, il film di Martone su Giacomo Leopardi, è tornato al centro di un vivace dibattito.
Le opinioni sulla pellicola sono per lo più positive, riconoscono al regista partenopeo il merito di aver compiuto un’operazione mai tentata prima, quella di portare sullo schermo un personaggio autorevole, sfaccettato e complesso.
I pareri negativi parlano invece di “regia piatta”, “sequenze lente e raffazzonate”, “didascalismo stucchevole” ed altri analoghi difetti.
Qualcuno, fra i denigratori più severi, ha stroncato l’opera tout court, definendola “inutile e noiosa”, affermando per altro che il protagonista, Elio Germano, ha fornito un’ interpretazione scialba e macchinosa.
Ma l’accusa più grave mossa a Martone è aver dipinto un Leopardi scolastico e stereotipato, mentre si sarebbe voluto che lo si approfondisse, per poterne ricostruire uno più articolato e veritiero.
Dissento da tali critiche, non fosse altro perché, grazie a Martone, Leopardi è uscito finalmente dalle antologie scolastiche ed è diventato accessibile alle masse.
Nell’ era dell’ hi-tec, nella quale la maggior parte dei giovani è assorbita da ben altro che la poesia, divulgare un protagonista culturale dell’Ottocento è già un merito in sé - dunque ben venga il didascalismo - ma il regista partenopeo ha fatto di più, ha indagato la dimensione emotivo-affettiva di Leopardi, tratteggiandolo con "delicatezza", senza mai rimarcare i suoi difetti fisici, per servirsi del ruffianesco mezzo del pietismo. Nel film infatti il poeta si mostra pronto a respingere con dignitosa fermezza ogni maliziosa allusione ai suoi malanni. 
Ciò nonostante, tra gli appunti rivolti a Martone c’è quello di aver parlato poco dello Zibaldone e delle Operette Morali, che meglio designano il Recanatese, preferendo relegarlo nello stereotipo del giovane indeciso, sofferente e tormentato.
Secondo costoro, egli non andrebbe schematizzato attraverso formule semplicistiche e sorpassate, né andrebbe dipinto come pessimista a oltranza; e a riprova di questa convinzione additano il suo fervore intellettuale ed invocano il fatto che soltanto una volta nei suoi scritti, nello Zibaldone, ricorre la parola “pessimista”.
Francamente, simili accuse lasciano alquanto perplessi, giacché Martone ha dipinto sì un personaggio malato, ma non debole e remissivo. Questi infatti rivela un intelletto non comune ed appare in grado di difendere con forza e arguzia le proprie convinzioni; la sua insicurezza non sta nel confronto dialettico con gli intellettuali del suo tempo, ma nella consapevolezza dell' infelicità cui sono destinati gli uomini.  Il Leopardi di Martone incute persino un certo timore nei suoi interlocutori, a causa delle proprie idee controcorrente.
C’è un'altro importante motivo che fa vacillare l’ appunto più importante mosso alla pellicola: da tutte le opere del poeta emerge in modo chiaro e inequivocabile che egli era dominato da un forte scetticismo verso la vita, l’amava intensamente, ma ne era costantemente deluso.
Leopardi riteneva, in sintesi, che tutta la storia del genere umano è segnata dal dissidio fra natura e ragione. La prima cela la verità, mentre la seconda cerca di svelarne i  tristi risvolti.
Il conflitto nasce dunque tra queste due circostanze: il desiderio di felicità che alberga in tutti gli esseri umani e l’impossibilità a conseguirla.
Questo aspetto è ben presente nel film ed è rilevabile quando la macchina da presa indugia sugli aneliti di vita che fanno brillare gli occhi al giovane poeta, aneliti che però vengono vanificati dalla realtà, una realtà dura, dolorosa e frustrante.
Nelle varie sequenze scorgiamo spesso Giacomo alla finestra, intento ad osservare la propria dirimpettaia, le carrozze, i passanti, insomma il fluire della vita quotidiana, vita nella quale non riesce a calarsi totalmente, sia per gli acciacchi, sia per il suo pessimismo, che gli fa considerare caduca e illusoria ogni gioia.
E’ da questo stato d’animo che deriva la cosiddetta teoria del piacere, secondo la quale il piacere è sempre desiderato, ma mai posseduto, perché effimero e sfuggente. Ne consegue quel sarcasmo  spesso presente negli scritti leopardiani, volto a smorzare gli ingenui entusiasmi illuministici.


Per il resto, la storia di Martone si dipana fra studi, meditazioni e testimonianze d'amore e d'amicizia. Il legame di Giacomo con Antonio Ranieri è descritto in modo equilibrato, senza forzature biografiche o concessioni al pettegolezzo.
Talvolta, il poeta recanatese appare intento a declamare versi, gli stessi versi profondi e musicali che hanno incantato e incanteranno il mondo per l'eternità. Sono questi i momento più toccanti della pellicola.
E' un uomo davvero favoloso il Leopardi del regista partenopeo, un individuo dotato d'intelligenza pura, che sa guardare oltre il proprio tempo, anticipando il malessere e i grandi temi del romanticismo.
Sembra davvero strano che alcuni spettatori siano rimasti delusi per non aver rinvenuto nel lungometraggio il "rivoluzionario” o addirittura “il vate di sinistra”, un Leopardi in realtà mai esistito, ma etichettato così da qualche esegeta a caccia di novità che, per suffragare la sua tesi, si è appigliato al passaggio de “La ginestra”, in cui l'autore esorta gli uomini a ricongiungersi in pietosa fraternità contro la malevola e misteriosa forza della Natura: “…tutti fra se confederati estima gli uomini / e tutti abbraccia con vero amor / porgendo valida e pronta ed aspettando aita / negli alterni perigli e nelle angosce / della guerra comune”
L'intuizione che ispirò tale passaggio è sicuramente felice, perché sfiora il tema della fratellanza universale, ma troppo vaga per diventare un ideale organico e far parlare di una svolta nel pensiero leopardiano che  - formatosi in un contesto retrivo che disconosce il potere del popolo e non ammette cambiamenti repentini - rimarrà attestato su uno scetticismo amaro sino alla fine.
Altro appunto da respingere è quello che riguarda la prestazione di Elio Germano, giudicata poco convincente. L’attore romano, segnalatosi già in precedenti pellicole, ha fornito un’interpretazione lodevole, fatta soprattutto di gestualità, ed è riuscito a esprimere con gli occhi un'ampia gamma di stati d’animo, risultando a tratti commovente.
Martone, da parte sua, ha affrontato un'impresa titanica, riuscendo a confezionare una storia intensa e verosimile, svolta attraverso immagini nitide e suggestive, improntate sicuramente alla sobrietà della pittura ottocentesca e accompagnate da musiche adeguate, per quanto a tratti "ardite".
Se alla fine ha ceduto all’ aneddotica spicciola (episodio dei taralli e quello della visita al lupanare) l’ha fatto per regalare allo spettatore medio uno spaccato di vita ordinaria che riguardasse l'uomo e non l’intellettuale.
Pure le lamentele sulla lentezza del film sono infondate, in quanto, per ricreare un’atmosfera d’ambiente rigorosa e attendibile, occorreva dilatare il ritmo dell'azione e tornare al passato, quando il tempo non era certo frenetico come quello attuale, ma scandito dalle regolate abitudini di un piccolo borgo rurale.
Martone, in definitiva, ha svolto un lavoro egregio e meritevole, tratteggiando un personaggio capace di scavalcare il proprio tempo e proiettarsi nel futuro, rammentandoci inoltre che nelle sue opere si ritrovano le radici dell’odierna civiltà.


                                         Nigel Davemport

giovedì 19 gennaio 2017

DEDICATA




                          Voce di Elio Germano

sabato 14 gennaio 2017

VI LASCIO UNA CANZONE...


...un ever green, in attesa di riprendere a pieno ritmo

domenica 8 gennaio 2017

IL GUARDIANO DEL FARO - videoversi --





NOTA BENE 
Il video è stato modificato per tablet e smartphone.  

venerdì 6 gennaio 2017

giovedì 5 gennaio 2017

lunedì 2 gennaio 2017

COMINCIARE BENE...


NON SO VOI, MA IO NEI PROSSIMI 
 GIORNI FARO' IL PONTE!


venerdì 30 dicembre 2016

giovedì 22 dicembre 2016

giovedì 15 dicembre 2016

NATALE IN CASA CUPIELLO


(Il sogno impossibile di L. Cupiello)


 Da acuto osservatore della realtà, qual'era, Eduardo seppe cogliere, forse più d'ogni altro artista, il sentimento che il Natale suscita nel cuore della gente mite. 
Nato in una città, dove tale ricorrenza è sempre stata oggetto di un culto forte, avvertito, finanche eccessivo, trovò quasi inevitabile descriverlo. Ovviamente, lo fece a modo suo, da drammaturgo, creando una delle sue commedie più apprezzate e conosciute: Natale in casa Cupiello.
La trama appunto è nota, ma gioverà ricordarla brevemente. È il mattino della vigilia di Natale e, come ogni anno, Luca Cupiello, appena desto, comincia a lavorare al suo presepe, nell'indifferenza della moglie Concetta e dello sfaccendato figlio, Tommasino, che gli ripete, con un cinismo quasi grottesco, che a lui il presepe non piace. Ciò, ovviamente, provoca un certo disappunto in Luca, che crede tanto in quel simbolo e sta impegnandosi a fondo per realizzare un "capolavoro". Mentre è intento alla sua occupazione, scoppia una lite fra il figlio ed il fratello Pasquale. I due cominciano a beccarsi a causa di alcuni furti di vestiario commessi da Tommasino. Luca, con ammirevole pazienza, fa del suo meglio per sedare gli animi, onde trascorrere un Natale sereno. L'uomo però ignora il fatto più grave e cioè che la figlia, Ninuccia, è innamorata di un altro uomo e ha deciso di lasciare il marito.
Nell'atto successivo, tutto sembra procedere regolarmente, secondo la migliore tradizione natalizia. Appianata un'altra baruffa fra Tommasino e Pasquale, Luca procede alla sistemazione degli ultimi pastori sul piccolo scenario, ormai compiuto. La moglie è alle prese coi fornelli in cucina, mentre Pasquale va a incartare i doni, da consegnare a Concetta, al momento opportuno. Tutto viene eseguito in gran segreto, dovendo risultare una sorpresa. Più tardi, infatti, i tre uomini si travestono da re Magi, spengono la luce ed intonano Tu scendi dalle stelle... Tuttavia, per uno sfortunato contrattempo, poco prima di sedersi a tavola, per la cena, scoppia il dramma. Nicolino, il marito di Ninuccia e Vittorio, l'amante, s'incontrano proprio in casa Cupiello. Dapprima, i due rivali cercano di evitare scenate, poi, vinti dall'odio e dalla gelosia, decidono di uscire ed affrontarsi. A questo punto, la disperazione di Concetta e lo stupore dell'ignaro Luca sono facilmente immaginabili.
Nel terzo ed ultimo tempo, Luca è a letto, malato, circondato da familiari e amici. Il dispiacere provato la sera precedente ha avuto il sopravvento su di lui. Il poveretto è semiparalizzato. Arriva il medico e dichiara che il suo destino è segnato. I parenti, intanto, gli mostrano l'affetto e la sollecitudine che prima gli avevano negato. Anche se a caro prezzo, il gruppo familiare sembra di nuovo unito. Ma nel tentativo di riappacificare Ninuccia col marito, Luca combina un altro guaio. Scorgendo sulla porta Vittorio e scambiandolo per il genero, gli getta fra le braccia la figlia. In quell'istante, sopraggiunge Nicola e accade l'irreparabile. Luca, tuttavia, non si accorge di nulla e muore nella certezza di aver riportato la pace in famiglia.
Rappresentata per la prima volta, come atto unico, al teatro Kursaal di Napoli, nel 1931, Natale in casa Cupiello subì, nel tempo, diversi rimaneggiamenti, perdendo a poco a poco la sua marcata impronta umoristica e assumendo il carattere di una storia completa, realistica e "impegnata". Il segreto del suo enorme successo sta, infatti, proprio nella sapiente miscela agrodolce, che unisce appunto il sentimento del comico col tragico, una capacità che appartiene da sempre alla gente partenopea, come fosse una risorsa sua propria, un bene inestimabile, atto a mitigare le contrarietà e a sorreggere gli uomini di fronte alle sciagure.
Eduardo, oltre a scrivere la commedia, la portò pure in scena, con inimitabile maestria. Tutti ricorderanno la sua superba interpretazione di Cupiello. Le scene più gustose ed ironiche si rinvengono nel primo e secondo atto, ma le più incisive sono quelle finali, dove l'artista dà prova delle sue formidabili capacità attoriali. Nel terzo atto, infatti, il sipario si leva e Luca Cupiello, da sano ed alacre cinquantenne, è diventato infermo, vecchio, stravolto nei lineamenti. È seduto nel letto matrimoniale, sorretto da due cuscini e avvolto in uno scialle. I suoi capelli sono spettinati, arruffati sul capo e sembrano persino più bianchi. La bocca è evidentemente distorta e gli disegna in faccia un strano sorriso, come il ghigno sardonico di un pupo siciliano. Gli occhi sono asimmetrici e ripropongono la medesima disarmonia labiale. Anche uno dei sopraccigli è sollevato rispetto all'altro. Il braccio sinistro è fermo, bloccato dalla paresi. La sua parlata è lenta, affannosa, farfugliata e somiglia un po' a quella di un bambino. Attorniato da un nugolo di gente, che sembra riprodurre una scena di gruppo presepiale, Luca racconta confusamente aneddoti del proprio passato.
Nelle didascalie che corredano il copione, Eduardo spiega cosa è successo esattamente al protagonista della storia: "La realtà dei fatti ha piegato come un giunco il provato fisico dell'uomo che per anni aveva vissuto nell'ingenuo candore della sua ignoranza". E, grazie al prodigio mimico-espressivo, compiuto a perfezione da Eduardo, tal’è esattamente il personaggio che si vede in scena. A un tratto, mentre la vicenda si avvia a conclusione, si diffonde nell'aria il tipico suono delle ciaramelle. È evidente che il povero Cupiello è moribondo. Con l'ultimo briciolo di energia rimastagli, scambia un'ultima battuta col figlio, domandandogli, accoratamente: "Te piace 'o presepio?" e questi, con gli occhi lucidi, risponde finalmente: "Sì". Soddisfatto, Luca cade in una sorta di trance. I suoi occhi si volgono altrove, sembrano persi nelle "luminarie", fra le stradine di trucioli, le grotte di sughero e le casette di carta, immerse nel morbido muschio. Si comprende benissimo che lì è andato, Luca Cupiello, a cercare fra le immote e rassicuranti figure dei pastori quella pace che aveva tanto agognato.
Nel 1977, Eduardo cambiò alcune, significative, battute dell'opera e in un'intervista esplicitò il perché della sorte toccata al personaggio: "Luca Cupiello muore e deve morire anche se suscita pietà...". E aggiunse: "Egli è vittima perché si è prestato a un giuoco di illusioni infantili. Il presepe che costruisce è una specie di droga, che paralizza la fantasia e distoglie dalla realtà del vivere quotidiano", come a dire, insomma, che in un mondo dove alberga il male non possono esserci innocenti, ma si è tutti, in qualche misura, corresponsabili, colpevoli.
Ma, francamente, questa spiegazione disorienta un po'. Sembra dettata da un ripensamento, da una sorta di autorevisione ideologica, intervenuta successivamente. Seppure sacrosanta e legittima, perché mossa dallo stesso autore, questa "accusa" d'ignavia o di sprovvedutezza grava eccessivamente su Cupiello. Egli, in fondo, non rimane impassibile di fronte ai problemi familiari e, per quanto maldestramente, si adopera per aggiustare le cose. Il fatto è che in principio, Eduardo volle rappresentare un sognatore sopraffatto, schiacciato dalla cruda realtà intorno a lui. E tale esso è rimasto nell'immaginario collettivo, suscitando, proprio per questa sua ingenuità, tanta comprensione e simpatia. È noto che, una volta creati, i personaggi vivono di vita propria, indipendentemente dalla volontà del loro autore. D'altra parte, il contenuto della vicenda è chiaro e non ha bisogno di commenti. La casa dei Cupiello riflette le sfaccettature, spesso dolorosissime, della realtà. Il presepe, di contro, è quel luogo di pace nel quale si confida ingenuamente, magari dimenticando che è solo un artificio.
C'è, tuttavia, una dignità nei sogni, che non andrebbe mai disconosciuta. In un mondo difficile, funestato da miseria, morbi e sanguinosi conflitti, sul quale vegliano inattendibili angeli di metallo e dove le comete, nel cielo, somigliano, terribilmente, ai bagliori dei razzi e delle bombe, la scena di cartapesta può divenire, per un momento, il rifugio degli uomini miti. Molti ne subiscono il fascino. In tanti guardano al presepe, aspettando un improbabile prodigio. La sera della Vigilia, uniti da un comune sentire, secondo un rito antico, struggente e irrazionale, ma bello come soltanto i sogni sanno essere, uomini e donne, grandi e piccini, credenti ed atei si ritrovano lì, dinanzi alla Capanna. A mezzanotte. 

       Nigel Davemport   (A. M.)
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